LE UNIVERSITÀ DELLA TERZA ETÀ: CHI LE FREQUENTA E PERCHÉ
Giuseppe Dal Ferro
Tre ricerche sociologiche fra i corsisti dell'Università adulti/anziani del
Vicentino negli anni 1994 e 1995
edizioni del Rezzara - Vicenza
ATTESE E RISULTATI CIRCA LE UNIVERSITÀ DELLA TERZA ETÀ
Due ricerche sociologiche fra i corsisti delle Università
adulti/anziani del Vicentino (1994-1995)
Le Università della terza età nell'ultimo ventennio si sono affermate un po' ovunque come servizio culturale rivolto alle persone adulte e anziane, impedite precedentemente di dedicarsi allo studio (o per necessità di intraprendere immediatamente un lavoro o per ritmi stressanti dell'attività produttiva, che non lasciava spazio ad altre attività sistematiche di tipo diverso). Queste istituzioni sono ricercate e frequentate da persone con un titolo di studio di scuola elementare o media inferiore, di età media non di molto superiore ai sessant'anni.
Crediamo utile conoscere gli atteggiamenti e le aspettative dei frequentanti, in modo da adeguare i corsi ai bisogni, sempre nel quadro di alcune finalità, che ogni iniziativa culturale dovrebbe avere. A tale scopo presentiamo i risultati di due ricerche sociologiche svolte fra i corsisti dell'Università adulti/anziani di Vicenza e delle nove sedi staccate presenti nel territorio vicentino negli anni 1994 e 1995. Ovviamente i risultati riguardano le persone che frequentano l'Università e sono da rapportare al modello vicentino di Università della terza età, nel quale ogni iscritto frequenta tutti i corsi programmati e non qualche corso isolato. Inoltre accanto ai corsi partecipa a seminari/laboratori nei quali, in piccoli gruppi, è stimolato ad apprendimenti attivi da un animatore.
La ricerca del maggio 1994 riguarda "le frustrazioni e le attese dei corsisti (passato e futuro)". Essa si riferisce globalmente a 1.450 persone e a 1.029 questionari restituiti. Le percentuali riportate riguardano i dati globali, comprendenti anche le non risposte per i totali, mentre si riferiscono solo a coloro che hanno risposto per quanto riguarda i dati stratificati (uomo e donna, ecc.).
La ricerca del maggio 1995 riguarda "la vita quotidiana dei corsisti prima e dopo l'Università". Essa si riferisce a 1.550 persone e a 1.022 questionari restituiti. Le percentuali riferite sono assunte con lo stesso criterio sopra accennato.
1. Che cosa si rimpiange e che cosa si desidera
La ricerca del 1994 si è proposta anzitutto di confrontare ciò che con rammarico le persone dell'Università non hanno potuto fare nell'attività lavorativa con ciò che pensano di fare in futuro, in modo da rendere significativa la propria vita. Essa parte dall'ipotesi di Peter Laslett secondo la quale la terza età è il momento della realizzazione piena, in quanto porta a compimento l'esistenza ed insieme consente alle persone la totale realizzazione in libertà (1). Secondo l'autore infatti solo in parte uno si può realizzare nella prima e nella seconda età, proprio perché si trova nell'impossibilità di essere se stesso, di fare ciò che gli è congeniale. Il confronto allora fra ciò che si desiderava e non si è potuto fare e ciò che si aspira di fare, con realismo, in futuro, può diventare un criterio di giudizio per la scelta delle proposte di una Università della terza età, finalizzata non al prepararsi alla vita ma di viverla in pienezza.
Dalla ricerca 1994 appaiono anzitutto due desideri non del tutto appagati, quello di viaggiare e conoscere il mondo (54,81%) e quello di studiare (48,40%). Vengono solo dopo altre attese inappagate quali lo svago e il divertimento (40,04%), lo sport e la ginnastica (34,50%) e le amicizie (34,99%). Si noti che non si tratta di desideri del tutto non soddisfatti, perché alla domanda se si è riusciti ugualmente ad appagarli in parte, per i viaggi si risponde di sì per il 55,30% e per lo studio per il 47,23%. Sono quindi persone curiose, amanti della conoscenza, forse da sempre desiderose di allargare i propri orizzonti. Sarebbe interessante sapere se questi rimpianti sono presenti anche in chi non frequenta l'Università. In caso contrario queste istituzioni risponderebbero solo alle esigenze di una parte della popolazione.
Se questi primi dati vengono confrontati con le aspettative future, troviamo per la cultura una conferma e una finalizzazione più accentuata: si pensa di rendere significativa la propria vita in futuro con lo studio (67,74%), visitando il mondo (51,70%), coltivando le amicizie (69%), sviluppando i rapporti parentali (54,71%) e curando la propria salute (69,39%). Si vede come la vita di relazione, sostenuta da un bagaglio di conoscenze sempre da rinnovare, passa al primo posto. Dall'analisi stratificata dei dati si rileva come quanto si è detto è avvertito dalla donna di più dell'uomo (qualche punto in più in percentuale), forse perché più di quest'ultimo condizionata nelle scelte e desiderosa di esperienze nuove. L'uomo invece sottolinea in modo chiaro di aver sofferto in passato per la mancanza di spazi creativi (uomini 55%; donne 50%), pur avendoli in qualche modo cercati (uomini 29,79%; donne 20,31%) e di ritenerli importanti per il futuro alla pari delle donne (uomini 66,45%; donne 66,67%). Quest'ultimo dato può essere interpretato sulla linea del lavoro dipendente al quale più l'uomo che la donna è stato sottoposto nell'arco dell'attività produttiva.
Con dati meno elevati, ma non meno significativi, i corsisti giudicano insufficiente l'attività sociale svolta in passato: il 21,09% ha cercato di coltivare il volontariato e il 15,94% l'attività socio-politica, mentre l'aspirazione era superiore (per il volontariato del 28,65% e per l'attività socio-politica del 27,99%). Le aspirazioni per il futuro vedono uno spostamento di queste aspirazioni dell'attività socio-politica all'attività di volontariato (socio-politica 20,51%, volontariato 32,85%), forse per la situazione confusa dell'attuale fase storica del nostro Paese. Dai dati stratificati risulta un impegno maggiore delle donne nel volontariato (uomini 24,14%; donne 37,20%) e degli uomini nell'attività socio-politica (uomini 32,21%; donne 24,07%).
La ricerca infine sottolinea la centralità dell'impegno familiare, nonostante le difficoltà (66,57%), con un rimpianto di non aver fatto abbastanza soprattutto negli uomini (uomini 45,51%; donne 37,50%) e con il desiderio di farlo maggiormente in futuro (uomini 84,75%; donne 80,76%).
2. Caratteristiche degli utenti delle Università
Sulla base dei risultati della seconda ricerca condotta sui corsisti nel maggio 1995, possiamo cogliere la fisionomia dei frequentanti dell'Università, i loro interessi ed anche in qualche misura l'utilità da essi dichiarata di tale istituzione.
Non si tratta di persone sfaccendate in cerca di occupazione del tempo, se l'81,7% delle donne frequentanti dice di essere impegnato nell'attività domestica e il 57,5% degli uomini nella coltivazione dell'orto o in altri servizi. Sono persone inoltre che si preoccupano di fare movimento (69,92%) e che trovano tempo da dedicare alla vita associativa (29,65%) e all'attività di volontariato (25,24%).
Ciò che sorprende è che queste persone, in un Paese come l'Italia dove la lettura di libri e giornali è retaggio di pochi, nonostante gli impegni quotidiani, amano quotidianamente leggere libri e giornali per il 73,09%, guardando la televisione solo per il 54,11%, eccezione fatta per l'attualità e le trasmissioni culturali. Possiamo quindi ritenere che l'interesse culturale in queste persone sia primario e prevalente. Il dato è confermato da altre risposte: l'80,14% di essi legge libri, il 75,34% si prepara dal punto di vista culturale ai viaggi e il 63,50% include fra gli acquisti anche i libri. Da una analisi stratificata dei dati, non risultano variazioni di rilievo fra uomini e donne, mentre si nota un interesse maggiore per i libri in città (83,9%) rispetto alle sedi staccate (70,7%), interesse che sembra aumentare con la frequenza all'Università (è del 72,9% nei "nuovi" e del 74% nei "vecchi" frequentanti).
Dalla elaborazione di alcuni dati relativi alla vita quotidiana dei corsisti, dove si distingue il comportamento prima e dopo la frequenza dell'Università, risultano abbastanza evidenti alcuni atteggiamenti tipici dei corsisti. Abbiamo già riferito come si caratterizzino per amore e pratica assidua dello studio. Essi però potrebbero essere definiti anche per altri caratteri quali la vigilanza nella vita quotidiana, la relazionalità interpersonale, la creatività e l'impegno sociale.
Sono persone, anzitutto "vigili" nel leggere le avvertenze incluse nelle medicine (82,58%) e la scadenza dei cibi (82,39%), amanti della cura e del decoro della propria persona (84,34%) e preoccupate di fare il più rapidamente possibile le cose (60,57%). Alla base di tutto hanno un certo ottimismo nell'affrontare le difficoltà (71,63%). È interessante osservare come quest'ultimo dato aumenti del 18,79% con la frequenza all'Università.
Circa la "relazionalità" i corsisti si distinguono nell'essere persone tolleranti con chi la pensa in modo diverso (79,26%), nell'amare la discussione (76,71%), nel riconoscere i propri errori (81,41%). Dopo la frequenza dell'Università aumenta in loro il coraggio anche di intraprendere il dialogo con persone sconosciute (prima lo faceva solo il 43,84%, dopo il 68,60%). Dai dati stratificati risulta nettamente una crescita maggiore della relazionalità di un terzo o del doppio in coloro che da più anni frequentano l'Università.
Circa la "creatività", i dati rilevano in più della metà dei frequentanti il gusto di dedicarsi alla creazione di qualcosa di nuovo, coltivando la poesia, la pittura o il lavoro artigianale e il piacere di abbellire la casa con oggetti d'arte o mobili antichi. È esperienza comune infatti riscontrare nelle Università della terza età grandi potenzialità inespresse circa i settori artistici. Le mostre di pittura e i saggi di arte teatrale alla fine dei corsi dimostrano lo sviluppo in modo prodigioso della creatività fra i frequentanti, antecedentemente non introdotti in tale produzione.
Circa infine l'"attività sociale" i dati non sono meno interessanti. I corsisti risultano persone disponibili anche ad assumersi responsabilità (57,34%), preoccupate di avvisare chi di dovere quando qualcosa non va (61,09%) e audaci nel saper prendere la parola in pubblico dopo aver frequentato l'Università (28,09%). Dai dati stratificati non risultano al riguardo variazioni di rilievo, se non la maggior disponibilità degli uomini rispetto alle donne di assumere responsabilità e di denunciare ciò che non va (8,40% rispetto il 74%; 87% rispetto al 73,30%).
La ricerca evidenzia così le potenzialità presenti nei frequentanti dell'Università adulti/anziani di Vicenza, potenzialità che avallano l'ipotesi di partenza di Peter Laslett sulla terza età, intesa come momento di realizzazione piena dell'esperienza umana. Viene perciò spontaneo l'interrogativo se la società non debba guardare con interesse a questa età, favorirne la realizzazione e servirsi di essa per settori socio-culturali delicati ed importanti per lo sviluppo della città.
3. I progressi con la frequenza
Circa il primo problema, cioè l'"uso del tempo", il dato che risulta più evidente è che con la frequenza all'Università le persone hanno imparato ad uscire di più da casa (54,50%), di intrattenersi di più con le persone (53,91%) e di viaggiare con curiosità (49,32%). Sono risultati quanto mai interessanti se aggiunti ad un altro: un terzo circa dei corsisti dice di aver imparato dall'Università a riservare del tempo a sé e a frequentare conferenze e concerti, e un 10,27% afferma di aver scoperto il volontariato. Dai dati stratificati le percentuali sono mediamente maggiori di dieci punti nelle persone che da più anni frequentano l'Università e nei frequentanti della città, ad eccezione del "viaggiare con curiosità", dove la percentuale maggiore va alle sedi staccate (68,3% rispetto al 60,4%). Non risultano invece variazioni di rilievo fra uomini e donne, ad eccezione del "riservare più tempo a sé" maggiormente presente nelle donne (38,3% rispetto al 22,4%), forse perché più degli uomini dedite agli altri.
Sul "cambiamento di gusti" emerge in modo evidente il maggior disgusto, dopo la frequenza all'Università, nei riguardi della pubblicità (41,78%) e degli spettacoli di varietà e telenovele televisive (40,61%). Si è avuta così una ulteriore conferma di una precedente ricerca del 1993 sull'uso dei mass-media da parte dei corsisti dell'Università adulti/anziani del vicentino (3). Altri dati di minor entità, ma non per questo privi di interesse, riguardano l'accresciuto disgusto per le chiacchiere inutili (23,29%), per i pranzi e cene prolungati (20,74%), per gli incontri di massa (feste paesane, raduni oceanici) (17,51%) e per un tempo esagerato dedicato al trucco e all'abbigliamento (11,74%). I dati stratificati anche a questo riguardo danno percentualmente dieci punti in più a chi frequenta l'Università da più anni, mentre non risultano variazioni notevoli fra uomini e donne. Non sono significative le variazioni fra città e sedi staccate.
Più complesso infine è il discorso sulle "modificazioni del comportamento", circa il quale si erano indicate tre possibili risposte: anche prima dell'Università, solo dopo, neppure ora. Limitandoci ad analizzare i dati relativi al "solo dopo", le modificazioni in percentuale più rilevanti riguardano l'ottimismo nell'affrontare le difficoltà (18,79%) e l'intraprendenza nell'avviare un dialogo anche con persone non conosciute (24,76%). Con la frequenza all'Università sembra crescere poi il senso sociale. È significativo al riguardo che alcuni abbiano acquisito, come abbiamo già detto, il coraggio di parlare in incontri pubblici, di sentirsi responsabili delle cose che non vanno e anche di impegnarsi con responsabilità nella vita collettiva. Si tratta di una aumentata intraprendenza non frutto di aggressività, se le stesse persone dicono di sentirsi più tolleranti di prima con chi la pensa in modo diverso (16,44%) e desiderose di discutere i diversi pareri (14,48%), ma di maggior senso critico (dicono di aver imparato di più ad esprimere giudizi sulle prediche ascoltate 19,18%). I dati disaggregati privilegiano al riguardo di circa sei/otto punti le donne rispetto agli uomini e di circa dieci punti coloro che da più anni frequentano l'Università. Non ci sono variazioni significative fra città e sedi staccate.
Possiamo così affermare che, se le persone già prima dell'Università manifestavano vivacità intellettuale, sensibilità alla relazione e attenzione al sociale, l'Università le ha aiutate a sviluppare il senso di appartenenza alla società per contribuire al bene proprio ed altrui.
Con questo non diciamo che tutto sia fatto o risolto. La ricerca rivela la difficoltà ancora esistente del 62,73% di corsisti di prendere la parola in incontri pubblici e del 20/25% di assumere responsabilità e di denunciare le cose che non vanno. Si è invece quasi annullata la percentuale di coloro che dicono di aver difficoltà di relazione.
4. Una Università a misura delle esigenze
Alcune domande del questionario della ricerca del 1994 riguardano la funzionalità dell'esperienza dell'Università adulti/anziani nei confronti degli interessi e dei bisogni dei frequentanti.
Un primo dato emerso chiaramente è che da essa non ci si aspetta la preparazione ad un nuovo lavoro (appena il 3,11% pensa così) e solo in parte al volontariato (18,27%) e alla vita socio-politica (22,64%). L'interesse prevalente per l'Università ruota attorno a due poli, la formazione a una capacità critica (59,28%) e la capacità relazionale (capacità di dialogo con gli altri 70,55% e incontro di nuove amicizie 67,44%). È interessante notare come la socializzazione e la razionalità siano considerate dalle persone adulte e anziane essenziali alla qualità della vita. Questi valori non sono assunti in termini di "esperienza diretta di incontro con altri", come può avvenire anche al bar o nei luoghi di ritrovo, ma considerati come "settori di crescita della persona", strettamente congiunti per i più con la capacità critica. Non basta infatti incontrarsi e non soddisfa neppure le persone adulte/anziane l'aspetto emotivo dell'incontro, spesso limitativo della libertà personale. Il dialogo è ricco quando diviene scambio di punti di vista, crescita personale, stimolo alla ricerca della verità. Prendendo in considerazione i dati stratificati non emergono osservazioni di rilievo, se non una accentuazione dell'interesse della formazione critica negli uomini (uomini 88,59%; donne 85,99%) e dell'interesse relazionale nelle donne (uomini 89,89%; donne 93,51%).
La ricerca si è proposta poi di vedere se le aspirazioni trovavano appagamento nell'Università frequentata. Il metodo scelto era quello di vedere se attualmente le persone si sentivano soddisfatte nei loro interessi e bisogni, con una domanda articolata su "che cosa le manca ora nella vita?". È interessante costatare che queste persone, tranne che per la mancanza di una buona salute (31,58%), non hanno indicato alcun bisogno particolare con una percentuale superiore al 20% o quasi. Esse non soffrono per la mancanza di una occupazione regolare per arrotondare le entrate (solo il 6,03% dice sì), poco per la poca sicurezza economica (il 15,06% sì). Sono invece appagate da un programma organico di studio, dall'apprendimento di criteri personali di giudizio, da una certa vita relazionale in famiglia e fuori. Possiamo pertanto concludere dicendo che l'Università frequentata appaga nella maggior parte dei casi le frustrazioni passate e sembra offrire strumenti validi per rendere significativa la vita di domani.
Conclusione
Dalle due ricerche sociologiche emerge così una accresciuta consapevolezza negli adulti e anziani delle possibilità di vita piena e gratificante dopo l'attività lavorativa e del ruolo che la cultura ha nella qualità della vita nell'ultimo arco dell'esistenza. Con questo si spiega l'interesse che le Università della terza età hanno ovunque suscitato e stanno riscuotendo. Si richiede però da esse non un semplice intrattenimento ma "curriculi organici e sistematici", finalizzati a migliorare l'inserimento sociale dei corsisti e ad offrire loro concretamente i mezzi per una nuova produttività, quella sociale.