Ines Baron Toaldo nacque a Molvena il 22 dicembre 1896 da Teodoro Baron
Toaldo e da Maria Maino, sposatisi nel 1894. Seconda di tre sorelle: Maria,
Ines e Giuseppina. Discendeva da due casati: i Toaldo, che annoveravano
tra i loro ascendenti il noto astronomo, l'abate Giuseppe Toaldo, e i Baron.
Un matrimonio unì nel 1814 i due cognomi e in terza generazione
nacque Ines. Nell'ascendenza ci furono parecchi sacerdoti. Tre zii preti
da parte di padre ne testimoniavano la continuità: don Giacomo (Fimon),
don Pietro degli Oblati di Padova e don Giuseppe, parroco di Polegge.
Dopo le elementari studiò presso il collegio Farina di Vicenza,
anche con il sostegno dello zio don Giuseppe, al quale fu poi riconoscente
ospitandolo in famiglia negli ultimi dieci anni della sua vita. Sposò
il 28 agosto 1926 Domenico Dal Ferro, segretario comunale, del quale, oltre
l'amore, apprezzava molto l'animo buono e religioso. Ebbe tre figli: Anna
Maria, Nora, Giuseppe. Maestra elementare insegnò per 35 anni (1915-19150).
Soleva ricordare con gioia il primo anno di insegnamento a Marana di Crespadoro
con 60 alunni, prima di essere trasferita a Mason Vicentino. Molto nota
e stimata nell'ambiente scolastico dell'intera zona, divenne a Mason Vicentino,
anche dopo la scuola, "la maestra", e rimase sempre un punto di riferimento
molto autorevole. Per molti anni fu capogruppo degli insegnanti e si ritirò
in pensione, con grande rincrescimento, quando il marito fu trasferito
al Comune di Rosà.
I colleghi e gli ex allievi le consegnarono solennemente, nel 1953,
una medaglia d'oro con la motivazione: "Educò per 35 anni i figli
di questo popolo al bene e al vero". Mai motivazione fu tanto meritata.
La scuola era da lei intesa come una missione per far crescere intellettualmente
e moralmente gli allievi. Lavorare nella scuola significava per lei porre
le basi della personalità di domani. A Mason Vicentino ha lasciato
un ricordo indelebile per aver trasmesso ad intere generazioni i primi
elementi del sapere e con essi i valori che hanno contribuito alla crescita
sociale, religiosa e culturale dell'intera comunità.
Ancor oggi molti scolari la ricordano come parte della loro vita. Una
di essi, alla sua morte scrisse al marito: "Posso dirle che la mia vita
è stata 'marcata' dalla personalità di questa maestra. La
sua fermezza, la sua bontà, la sua rettitudine, il suo amore al
dovere, alla giustizia, alla famiglia, hanno lasciato una impronta nella
mia vita personale e sociale dall'infanzia ad oggi. Ed ora continuo a vivere
del suo ricordo". Un scolaro la ricorda nel primo giorno di scuola quando,
accompagnato dalla madre, la incontrò. Egli scrive: "Ero spaventato
non poco; ma alle prime parole davanti alla scuola ecco che ogni mia paura
se ne va; percepisco in mia madre una grande confidenza verso di lei, una
mancanza di quel timore che invece aveva verso altre persone del paese;
la maestra mi guarda contenta, come a dirmi: sono sicura che sarai un bravo
alunno". "Con parole semplici, paziente nel ripetere le cose - egli continua
- partiva dai fatti per parlare della vita, come una volta, prendendo lo
spunto dai platani che si dovevano piantare lungo le strade del paese,
si soffermò a descrivere le loro caratteristiche e la loro utilità
per la vita quotidiana". Nell'ultima lezione della quinta elementare, continua
il timoroso scolaretto fattosi ormai ragazzo, alla classe, solo maschile
come si usava allora, raccomandò di scegliere bene la compagna della
vita, ponendo attenzione alla modestia, al buon senso, alla pazienza e
alla preghiera. "Sappiate - ella disse -, che noi donne cerchiamo nell'uomo
la capacità di essere calmo, forte, capace di sacrificio"; e concluse:
"questo ve lo dico perché vi desidero sempre veramente felici".
"Sotto la sua guida - afferma un altro alunno - si apprendeva facilmente,
data la presentazione chiara, esauriente e poi riassuntiva delle lezioni
che impartiva. Otteneva con facilità, senza imposizioni, attenzione,
ordine e disciplina. Sotto la sua guida abile ed esperta si lavorava molto,
non si perdeva tempo (...). Il ricordo che ho sempre avuto della mia insegnante
delle elementari è quello di una cara persona che amava tutti i
suoi alunni come figliuoli. Emanava dal suo volto una soave bontà
ed aveva un sorriso perenne appena abbozzato". "La si sarebbe potuta definire
'lady di ferro' - scrive un altro - per la stima che godeva di persona
senza compromessi. Entrando invece a contatto con lei si trovava subito
disponibilità e si intrecciava un rapporto di amore tale per cui
la maestra diveniva amabile e cara al cuore di tutti". I genitori, che
già l'avevano avuta maestra, andavano a gara per affidarle i figli,
sapendo che era un "continuum" con loro.
Il segreto della sua riuscita educativa era forse in quanto mons. Luigi
Carpanedo raccontava parecchi anni dopo aver lasciato Mason Vicentino:
" Desiderava agire in clima di libertà, quasi auspicasse e preparasse
nel suo spirito i tempi nuovi di libertà in un momento in cui si
temeva di pensare oltre che di agire". Una giovane collega la ricorda all'inizio
del proprio insegnamento come donna che incuteva soggezione, ma insieme
era disponibile ad offrire la propria esperienza: " Era una persona capace,
intelligente, sicura di sé che guardavo con ammirazione e timore,
con il desiderio di poterla imitare come maestra e come educatrice".
A lei ricorrevano anche quando volevano proseguire nello studio. In
paese divenne così la "maestra" che preparava all'esame di ammissione
coloro che, dopo una sosta lavorativa, si proponevano di seguire la vocazione
religiosa. Sapeva in questi casi ottenere buoni risultati in un tempo relativamente
breve, puntando sulle motivazioni e sulla forza di volontà dei suoi
antichi scolari. Un religioso ricorda le lezioni generosamente avute da
lei più volte alla settimana per qualche mese, alla sera-notte dopo
il lavoro. "Quando mi presentavo al cancelletto - egli scrive - era lei
ad aprire e mi conduceva nel 'tinello' con tanta gentilezza e bontà.
Era la 'maestra' di sempre, che ci faceva essere, vivere e crescere in
maniera personale alla luce della fede". Una religiosa, che fu sua scolara
prima e poi da lei preparata all'esame di ammissione, ritornata dal Canada
e venuta a conoscenza che era all'ospedale colpita da emorragia cerebrale,
andò a salutarla e le disse: "Non avevo grandi doni da portarle
ma nel giardino ho colto questa rosa per lei. Gliela offro come espressione
di riconoscenza, per avermi aiutata e preparata ad affrontare la realtà
della vita. Lessi - scrive la religiosa - sul volto la sua gioia e mi disse:
'È il più bel dono che potevi offrirmi'. Poi continuò:
'Ancora avanti... più in su...'". Era questo il modo con cui infondeva
nei suoi scolari di un tempo il senso di responsabilità e di speranza
ogni volta che li incontrava e che venivano a salutarla e che, anche all'ospedale
in condizioni precarie, seppe ripetere con il consueto entusiasmo.
Donna di forte personalità emanava autorevolezza e rispetto
in ogni suo gesto, in ogni suo comportamento. Era una leader naturale.
Poco loquace, tuttavia piacevole nella conversazione ed i suoi giudizi
sui fatti, sugli avvenimenti o sulle persone erano sempre obiettivi, sereni
ed espressi con frasi secche, ma molto significative. In momenti storici
difficili, come quello della "liberazione", che vide con l'esultanza generale
anche il verificarsi di atti di facile "giustizialismo", vi fu un episodio
in cui ella intervenne decisa con un coraggio straordinario in difesa di
una persona cara innocente. Eletta consigliere comunale, non per sua iniziativa,
ma perché chiamata dalla stima popolare, svolse un ruolo molto incisivo
ed i suoi interventi in Consiglio furono spesso decisivi. Si impegnò
a fondo nell'aiutare quanti per non aver voce erano ingiustamente trattati.
Angela Mezzomo ricorda di aver ottenuto da lei nel giro di pochi giorni
il lavoro per suo marito in un cantiere delle case Fanfani, mentre altri
continuavano a tergiversare,assumendo nel frattempo altri.
Ricoprì per breve tempo anche l'incarico di presidente comunale
del Centro italiano femminile (CIF). Delle donne di Mason Vicentino, in
tempi in cui la cultura non dava spazio certo a rivendicazioni femministe,
era la confidente, la guida e l'interlocutrice autorevole nei rapporti
con le istituzioni e con gli uomini autorevoli.
Schiva dall'assumere posizioni di attenzione preferì non partecipare
all'attività delle associazioni, comprese quelle parrocchiali, ma
era sempre pronta, se richiesta, a collaborare. Ai vari arcipreti che si
susseguirono nella parrocchia (mons. Carpanedo, mons. Miotti, don Mettifogo)
fu sempre molto vicina con generosa collaborazione.Insegnò catechismo
per molti anni, dedicandosi anche alla preparazione di rappresentazioni
teatrali parrocchiali. "Ricordo - scrive un attuale professionista - la
maestra Baron presente in ogni attività religiosa, sociale e di
assistenza ai giovani". "Quando don Narciso Mettifogo la incaricò
di avviare un gruppo giovanile teatrale, di cui facevo parte - scrive una
insegnante ora in pensione -, si è dimostrata molto disponibile
nel seguirci per rendere più espressivo e corretto il nostro linguaggio.
In queste occasioni mise a disposizione la sua casa, e trovandoci in un
momento gioioso, abbiamo colto particolari vivaci e simpatici della sua
personalità".
Non amava le forme esterne e retoriche. Ogni giorno si accostava all'eucarestia,
spesso fuori della messa per conciliare scuola e casa. Il figlio don Giuseppe
ricorda: "Era preoccupata della mia istruzione religiosa e, in epoche in
cui la Bibbia non era nelle mani della gente, mi insegnò tutta la
storia sacra".
Donna intelligente sapeva molto ascoltare. A lei ricorrevano tantissimi
per consigli o per aiuti ed a tutti lei sapeva rispondere e soprattutto
"dare" in modo discreto e silenzioso. Durante la guerra si occupò
dei militari al fronte contribuendo ad inviare loro pacchi e favorendo
la corrispondenza delle famiglie. Il genero, Francesco Guidolin, disse
di lei: "Alcuni amici me la descrissero come donna molto in gamba, ma severa.
Quando la incontrai la prima volta conobbi invece una signora dolce e gentile,
e subito mi sentii a mio agio e in perfetta sintonia con la modernità
delle sue idee". Fu madre rigorosa ed amorosa insieme. Fu di Anna Maria
e di Giuseppe anche la maestra, senza favoritismi. Una scolara scrive:
"Non aveva preferenze. Eppure Giuseppe suo figlio era con noi, nella stessa
classe. Noi sentivamo che ci amava tutti, come amava lui, con lo stesso
calore di madre e di maestra". Nell'educazione dei figli si preoccupava
di sviluppare la volontà e il senso di responsabilità e di
essenzialità.
Fu invece oltremodo rispettosa della scelta dei figli. Mai incoraggiò
e mai ostacolò la vocazione di Giuseppe al sacerdozio. Ne seguì
premurosa tutto il cammino, segretamente orgogliosa poi dei riconoscimenti
dati alla sua intensa attività sacerdotale. Rispettò sempre
i suoi doveri diocesani, senza mai chiedergli nulla. E quando don Giuseppe
ritornò a vivere con lei ed il marito nella nuova casa di Vicenza
(1963) ebbe di lui molta cura. Fu sempre vicina, abitando anche nello stesso
stabile, ad Anna Maria ed ai suoi figli con un atteggiamento educativo
di nonna affettuosa. Assistette con una commovente, ansiosa cura materna
il primo nipotino, figlio di Nora, colpito, a qualche mese di vita, da
un disturbo, poi felicemente superato. Si preoccupò anche della
sorella Giuseppina rimasta sola dopo la morte del marito (deceduta nel
1972), offrendole prima l'abitazione e poi assecondando il suo desiderio
di essere accolta al pensionato di Torri di Quartesolo.
Celebrò il 40° di matrimonio con il marito ed il figlio
don Giuseppe ad Einsiedeln (Svizzera) in uno dei pochissimi viaggi da lei
fatti.
La sua salute cominciò a vacillare negli anni 1963-64, ma non
lo fece mai pesare. Colpita da emorragia cerebrale nel 1971, morì
il 27 giugno 1973 dopo due anni nei quali fu assistita giorno e notte dal
marito e dai figli. Il funerale fu presieduto dal vescovo mons. Arnoldo
Onisto, con la presenza dell'ausiliare mons. Carlo Fanton e di 22 sacerdoti
con casula bianca, concelebrante il figlio don Giuseppe.
Oggi riposa a Mason Vicentino nella tomba di famiglia accanto allo
zio don Giuseppe, al marito Domenico ed alla figlia Anna Maria.
Testimonianze di: Dina Cadore, Angelo Munari, Vincenzo Munari, Giovanni
Peroni, Giuseppina Sancinito, Cecilia Seganfreddo, Ermenegildo Zanettin.