Ines Baron Toaldo

INES BARON TOALDO
"La Maestra"

nata: 1816 - morta: 1973




 Kurzbiografie

Ines Baron Toaldo nacque a Molvena il 22 dicembre 1896 da Teodoro Baron Toaldo e da Maria Maino, sposatisi nel 1894. Seconda di tre sorelle: Maria, Ines e Giuseppina. Discendeva da due casati: i Toaldo, che annoveravano tra i loro ascendenti il noto astronomo, l'abate Giuseppe Toaldo, e i Baron. Un matrimonio unì nel 1814 i due cognomi e in terza generazione nacque Ines. Nell'ascendenza ci furono parecchi sacerdoti. Tre zii preti da parte di padre ne testimoniavano la continuità: don Giacomo (Fimon), don Pietro degli Oblati di Padova e don Giuseppe, parroco di Polegge.
Dopo le elementari studiò presso il collegio Farina di Vicenza, anche con il sostegno dello zio don Giuseppe, al quale fu poi riconoscente ospitandolo in famiglia negli ultimi dieci anni della sua vita. Sposò il 28 agosto 1926 Domenico Dal Ferro, segretario comunale, del quale, oltre l'amore, apprezzava molto l'animo buono e religioso. Ebbe tre figli: Anna Maria, Nora, Giuseppe. Maestra elementare insegnò per 35 anni (1915-19150). Soleva ricordare con gioia il primo anno di insegnamento a Marana di Crespadoro con 60 alunni, prima di essere trasferita a Mason Vicentino. Molto nota e stimata nell'ambiente scolastico dell'intera zona, divenne a Mason Vicentino, anche dopo la scuola, "la maestra", e rimase sempre un punto di riferimento molto autorevole. Per molti anni fu capogruppo degli insegnanti e si ritirò in pensione, con grande rincrescimento, quando il marito fu trasferito al Comune di Rosà.
I colleghi e gli ex allievi le consegnarono solennemente, nel 1953, una medaglia d'oro con la motivazione: "Educò per 35 anni i figli di questo popolo al bene e al vero". Mai motivazione fu tanto meritata. La scuola era da lei intesa come una missione per far crescere intellettualmente e moralmente gli allievi. Lavorare nella scuola significava per lei porre le basi della personalità di domani. A Mason Vicentino ha lasciato un ricordo indelebile per aver trasmesso ad intere generazioni i primi elementi del sapere e con essi i valori che hanno contribuito alla crescita sociale, religiosa e culturale dell'intera comunità.
Ancor oggi molti scolari la ricordano come parte della loro vita. Una di essi, alla sua morte scrisse al marito: "Posso dirle che la mia vita è stata 'marcata' dalla personalità di questa maestra. La sua fermezza, la sua bontà, la sua rettitudine, il suo amore al dovere, alla giustizia, alla famiglia, hanno lasciato una impronta nella mia vita personale e sociale dall'infanzia ad oggi. Ed ora continuo a vivere del suo ricordo". Un scolaro la ricorda nel primo giorno di scuola quando, accompagnato dalla madre, la incontrò. Egli scrive: "Ero spaventato non poco; ma alle prime parole davanti alla scuola ecco che ogni mia paura se ne va; percepisco in mia madre una grande confidenza verso di lei, una mancanza di quel timore che invece aveva verso altre persone del paese; la maestra mi guarda contenta, come a dirmi: sono sicura che sarai un bravo alunno". "Con parole semplici, paziente nel ripetere le cose - egli continua - partiva dai fatti per parlare della vita, come una volta, prendendo lo spunto dai platani che si dovevano piantare lungo le strade del paese, si soffermò a descrivere le loro caratteristiche e la loro utilità per la vita quotidiana". Nell'ultima lezione della quinta elementare, continua il timoroso scolaretto fattosi ormai ragazzo, alla classe, solo maschile come si usava allora, raccomandò di scegliere bene la compagna della vita, ponendo attenzione alla modestia, al buon senso, alla pazienza e alla preghiera. "Sappiate - ella disse -, che noi donne cerchiamo nell'uomo la capacità di essere calmo, forte, capace di sacrificio"; e concluse: "questo ve lo dico perché vi desidero sempre veramente felici". "Sotto la sua guida - afferma un altro alunno - si apprendeva facilmente, data la presentazione chiara, esauriente e poi riassuntiva delle lezioni che impartiva. Otteneva con facilità, senza imposizioni, attenzione, ordine e disciplina. Sotto la sua guida abile ed esperta si lavorava molto, non si perdeva tempo (...). Il ricordo che ho sempre avuto della mia insegnante delle elementari è quello di una cara persona che amava tutti i suoi alunni come figliuoli. Emanava dal suo volto una soave bontà ed aveva un sorriso perenne appena abbozzato". "La si sarebbe potuta definire 'lady di ferro' - scrive un altro - per la stima che godeva di persona senza compromessi. Entrando invece a contatto con lei si trovava subito disponibilità e si intrecciava un rapporto di amore tale per cui la maestra diveniva amabile e cara al cuore di tutti". I genitori, che già l'avevano avuta maestra, andavano a gara per affidarle i figli, sapendo che era un "continuum" con loro.
Il segreto della sua riuscita educativa era forse in quanto mons. Luigi Carpanedo raccontava parecchi anni dopo aver lasciato Mason Vicentino: " Desiderava agire in clima di libertà, quasi auspicasse e preparasse nel suo spirito i tempi nuovi di libertà in un momento in cui si temeva di pensare oltre che di agire". Una giovane collega la ricorda all'inizio del proprio insegnamento come donna che incuteva soggezione, ma insieme era disponibile ad offrire la propria esperienza: " Era una persona capace, intelligente, sicura di sé che guardavo con ammirazione e timore, con il desiderio di poterla imitare come maestra e come educatrice".
A lei ricorrevano anche quando volevano proseguire nello studio. In paese divenne così la "maestra" che preparava all'esame di ammissione coloro che, dopo una sosta lavorativa, si proponevano di seguire la vocazione religiosa. Sapeva in questi casi ottenere buoni risultati in un tempo relativamente breve, puntando sulle motivazioni e sulla forza di volontà dei suoi antichi scolari. Un religioso ricorda le lezioni generosamente avute da lei più volte alla settimana per qualche mese, alla sera-notte dopo il lavoro. "Quando mi presentavo al cancelletto - egli scrive - era lei ad aprire e mi conduceva nel 'tinello' con tanta gentilezza e bontà. Era la 'maestra' di sempre, che ci faceva essere, vivere e crescere in maniera personale alla luce della fede". Una religiosa, che fu sua scolara prima e poi da lei preparata all'esame di ammissione, ritornata dal Canada e venuta a conoscenza che era all'ospedale colpita da emorragia cerebrale, andò a salutarla e le disse: "Non avevo grandi doni da portarle ma nel giardino ho colto questa rosa per lei. Gliela offro come espressione di riconoscenza, per avermi aiutata e preparata ad affrontare la realtà della vita. Lessi - scrive la religiosa - sul volto la sua gioia e mi disse: 'È il più bel dono che potevi offrirmi'. Poi continuò: 'Ancora avanti... più in su...'". Era questo il modo con cui infondeva nei suoi scolari di un tempo il senso di responsabilità e di speranza ogni volta che li incontrava e che venivano a salutarla e che, anche all'ospedale in condizioni precarie, seppe ripetere con il consueto entusiasmo.
Donna di forte personalità emanava autorevolezza e rispetto in ogni suo gesto, in ogni suo comportamento. Era una leader naturale. Poco loquace, tuttavia piacevole nella conversazione ed i suoi giudizi sui fatti, sugli avvenimenti o sulle persone erano sempre obiettivi, sereni ed espressi con frasi secche, ma molto significative. In momenti storici difficili, come quello della "liberazione", che vide con l'esultanza generale anche il verificarsi di atti di facile "giustizialismo", vi fu un episodio in cui ella intervenne decisa con un coraggio straordinario in difesa di una persona cara innocente. Eletta consigliere comunale, non per sua iniziativa, ma perché chiamata dalla stima popolare, svolse un ruolo molto incisivo ed i suoi interventi in Consiglio furono spesso decisivi. Si impegnò a fondo nell'aiutare quanti per non aver voce erano ingiustamente trattati. Angela Mezzomo ricorda di aver ottenuto da lei nel giro di pochi giorni il lavoro per suo marito in un cantiere delle case Fanfani, mentre altri continuavano a tergiversare,assumendo nel frattempo altri.
Ricoprì per breve tempo anche l'incarico di presidente comunale del Centro italiano femminile (CIF). Delle donne di Mason Vicentino, in tempi in cui la cultura non dava spazio certo a rivendicazioni femministe, era la confidente, la guida e l'interlocutrice autorevole nei rapporti con le istituzioni e con gli uomini autorevoli.
Schiva dall'assumere posizioni di attenzione preferì non partecipare all'attività delle associazioni, comprese quelle parrocchiali, ma era sempre pronta, se richiesta, a collaborare. Ai vari arcipreti che si susseguirono nella parrocchia (mons. Carpanedo, mons. Miotti, don Mettifogo) fu sempre molto vicina con generosa collaborazione.Insegnò catechismo per molti anni, dedicandosi anche alla preparazione di rappresentazioni teatrali parrocchiali. "Ricordo - scrive un attuale professionista - la maestra Baron presente in ogni attività religiosa, sociale e di assistenza ai giovani". "Quando don Narciso Mettifogo la incaricò di avviare un gruppo giovanile teatrale, di cui facevo parte - scrive una insegnante ora in pensione -, si è dimostrata molto disponibile nel seguirci per rendere più espressivo e corretto il nostro linguaggio. In queste occasioni mise a disposizione la sua casa, e trovandoci in un momento gioioso, abbiamo colto particolari vivaci e simpatici della sua personalità".
Non amava le forme esterne e retoriche. Ogni giorno si accostava all'eucarestia, spesso fuori della messa per conciliare scuola e casa. Il figlio don Giuseppe ricorda: "Era preoccupata della mia istruzione religiosa e, in epoche in cui la Bibbia non era nelle mani della gente, mi insegnò tutta la storia sacra".
Donna intelligente sapeva molto ascoltare. A lei ricorrevano tantissimi per consigli o per aiuti ed a tutti lei sapeva rispondere e soprattutto "dare" in modo discreto e silenzioso. Durante la guerra si occupò dei militari al fronte contribuendo ad inviare loro pacchi e favorendo la corrispondenza delle famiglie. Il genero, Francesco Guidolin, disse di lei: "Alcuni amici me la descrissero come donna molto in gamba, ma severa. Quando la incontrai la prima volta conobbi invece una signora dolce e gentile, e subito mi sentii a mio agio e in perfetta sintonia con la modernità delle sue idee". Fu madre rigorosa ed amorosa insieme. Fu di Anna Maria e di Giuseppe anche la maestra, senza favoritismi. Una scolara scrive: "Non aveva preferenze. Eppure Giuseppe suo figlio era con noi, nella stessa classe. Noi sentivamo che ci amava tutti, come amava lui, con lo stesso calore di madre e di maestra". Nell'educazione dei figli si preoccupava di sviluppare la volontà e il senso di responsabilità e di essenzialità.
Fu invece oltremodo rispettosa della scelta dei figli. Mai incoraggiò e mai ostacolò la vocazione di Giuseppe al sacerdozio. Ne seguì premurosa tutto il cammino, segretamente orgogliosa poi dei riconoscimenti dati alla sua intensa attività sacerdotale. Rispettò sempre i suoi doveri diocesani, senza mai chiedergli nulla. E quando don Giuseppe ritornò a vivere con lei ed il marito nella nuova casa di Vicenza (1963) ebbe di lui molta cura. Fu sempre vicina, abitando anche nello stesso stabile, ad Anna Maria ed ai suoi figli con un atteggiamento educativo di nonna affettuosa. Assistette con una commovente, ansiosa cura materna il primo nipotino, figlio di Nora, colpito, a qualche mese di vita, da un disturbo, poi felicemente superato. Si preoccupò anche della sorella Giuseppina rimasta sola dopo la morte del marito (deceduta nel 1972), offrendole prima l'abitazione e poi assecondando il suo desiderio di essere accolta al pensionato di Torri di Quartesolo.
Celebrò il 40° di matrimonio con il marito ed il figlio don Giuseppe ad Einsiedeln (Svizzera) in uno dei pochissimi viaggi da lei fatti.
La sua salute cominciò a vacillare negli anni 1963-64, ma non lo fece mai pesare. Colpita da emorragia cerebrale nel 1971, morì il 27 giugno 1973 dopo due anni nei quali fu assistita giorno e notte dal marito e dai figli. Il funerale fu presieduto dal vescovo mons. Arnoldo Onisto, con la presenza dell'ausiliare mons. Carlo Fanton e di 22 sacerdoti con casula bianca, concelebrante il figlio don Giuseppe.
Oggi riposa a Mason Vicentino nella tomba di famiglia accanto allo zio don Giuseppe, al marito Domenico ed alla figlia Anna Maria.

Testimonianze di: Dina Cadore, Angelo Munari, Vincenzo Munari, Giovanni Peroni, Giuseppina Sancinito, Cecilia Seganfreddo, Ermenegildo Zanettin.

 Quellen und Literatur

Bild: www.uni-ulm.de

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